In LETSCOM monitoriamo costantemente aggiornamenti, documenti programmatici e dati relativi al settore Healthcare e, quando un contenuto ci sembra particolarmente utile per capire dove si sta orientando il mercato, scegliamo di approfondirlo e condividerlo con il nostro network.
È il caso dell’intervista a Francesco Longo, Professore Associato del Dipartimento di Social and Political Sciences dell’Università Bocconi, dedicata al tema della trasformazione digitale in sanità e alle nuove metriche con cui misuriamo le performance del Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
L’intervista si colloca in un momento preciso: quello delle scadenze del PNRR, che hanno impresso una forte accelerazione agli investimenti in sanità digitale. La Missione 6 “Salute” del Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede oltre 15 miliardi di euro per rafforzare la prevenzione e l’assistenza sul territorio, ammodernare le dotazioni tecnologiche del SSN e valorizzare i dati sanitari.
Una parte rilevante di queste risorse è destinata al miglioramento del Patient Journey, tramite lo sviluppo di reti di prossimità e telemedicina e all’innovazione, ricerca e digitalizzazione del SSN, con un focus specifico su Fascicolo Sanitario Elettronico e infrastrutture dati.
Negli ultimi due anni questo impulso si è tradotto in una vera e propria stagione di rinnovamento senza precedenti: gli investimenti in sanità digitale in Italia hanno raggiunto i 2,47 miliardi di euro nel 2024, con l’avvio concreto delle piattaforme nazionali di telemedicina, la diffusione di soluzioni per la digitalizzazione degli ospedali e lo sviluppo del FSE 2.0.
In parallelo, il PNRR ha stanziato circa 1 miliardo di euro dedicato proprio alla telemedicina, con l’obiettivo di assistere almeno 200.000 persone entro la fine del 2025 attraverso servizi a distanza, e oltre 1,3 miliardi per il rafforzamento delle infrastrutture tecnologiche e degli strumenti di raccolta e analisi dei dati, con il Fascicolo Sanitario Elettronico come pilastro centrale.
Questo si traduce, nella pratica, in un ecosistema di strumenti che fino a pochi anni fa non esisteva o era frammentato: Fascicolo Sanitario Elettronico accessibile su tutto il territorio nazionale, cartelle cliniche elettroniche più evolute, CUP unici e digitali, piattaforme per la televisita e il telemonitoraggio, sistemi informativi in grado di integrare dati clinici e amministrativi lungo l’intero percorso di cura.
Un risultato sicuramente straordinario: il SSN dispone oggi di infrastrutture e strumenti digitali che prima semplicemente non c’erano o erano confinati a progetti sperimentali.
Come sottolinea lo stesso Longo, però, siamo solo “a metà dell’avventura”. La vera trasformazione non coincide con l’acquisto di tecnologie o la messa a terra delle piattaforme, ma con la capacità di usarle in modo sistematico nella pratica quotidiana. Significa smettere di considerare il digitale come un “accessorio” o un semplice strumento di efficientamento, e iniziare a trattarlo come un cambio di rotta strutturale:
- all’interno delle organizzazioni sanitarie, favorendo la collaborazione tra medici di medicina generale, specialisti, strutture ospedaliere e servizi territoriali;
- all’esterno, ripensando la relazione con pazienti e caregiver, che attraverso strumenti digitali possono diventare parte attiva nella gestione della propria salute.
L’intervista a Longo ci offre quindi un’occasione preziosa: capire come passare dalla fase delle infrastrutture a quella dell’integrazione reale del digitale nei processi clinici e organizzativi. Oltre a comprendere come questo percorso cambi il modo in cui misuriamo la performance nel settore Healthcare.
Di seguito, approfondiamo i temi trattati durante l’intervista.
Come cambia il Patient Journey e il ruolo dei medici?
Uno dei casi più concreti citati dal Professor Longo riguarda il teleconsulto tra medici di medicina generale (MMG) e specialisti.
Oggi il percorso tipico del paziente si articola in tre passaggi:
- visita dal medico di medicina generale, che formula un sospetto e compila l’impegnativa per lo specialista;
- accesso alla visita specialistica, con valutazione e referto;
- ritorno dal MMG, che traduce il referto in prescrizioni, controlli, eventuale follow-up.
Uno schema che spesso genera tempi di attesa lunghi, duplicazione di passaggi e frammentazione delle informazioni, soprattutto nella gestione delle malattie croniche.
Con il teleconsulto, invece, il Patient Journey può cambiare in modo sostanziale. In particolare, nel modello descritto dal Professor Longo, il teleconsulto permette al MMG di chiedere direttamente un parere allo specialista online, prima ancora di inviare il paziente alla visita in presenza.
In pratica:
- il paziente si reca dal MMG
- il MMG condivide il caso con lo specialista (teleconsulto), ricevendo indicazioni diagnostico-terapeutiche che rientrano nel percorso di cura di quel paziente
I passaggi si riducono così da tre a due.
Non a caso diversi dati raccolti sull’applicazione della telemedicina sottolineano come la digitalizzazione, se ben progettata, possa ridurre il numero di accessi fisici e migliorare la continuità delle cure. Studi recenti, come “Teleconsultations’ Impact on Referral Streamlining and Waitlist Reduction: A Large-Scale Retrospective Cohort Study of Over 200,000 Cases”, pubblicato su ResearchGate, mostrano che questo modello non è solo teorico, ma produce una riduzione delle richieste di visita specialistica non necessarie e dei tempi in lista d’attesa, grazie alla risoluzione di molti casi direttamente nel setting di cure primarie.
Inoltre, secondo Longo nel medio periodo questo porterebbe a un ulteriore salto di qualità:
- il MMG, grazie all’esperienza accumulata tramite i teleconsulti, diventa sempre più autonomo nella gestione dei casi “standard”;
- solo i casi più complessi o critici arrivano allo specialista, ottimizzandone il tempo clinico
In questo scenario, per molti pazienti il percorso si ridurrebbe a un solo passaggio, direttamente con il medico di base, che integra nel proprio lavoro il confronto a distanza con lo specialista quando serve.
Ovviamente, è un cambiamento che richiede non solo l’applicazione delle nuove tecnologie, ma anche il ripensamento dei modelli organizzativi della medicina generale e delle relazioni ospedale-territorio.
Un nuovo equilibrio tra attività clinica e lavoro digitale
Da questo cambio di percorso derivano almeno due implicazioni, che il Professor Longo mette in evidenza:
- il MMG dovrà dedicare meno tempo a fare le impegnative e più tempo alla valutazione clinica diretta dei pazienti: se il teleconsulto consente di chiarire i dubbi diagnostici senza inviare automaticamente allo specialista, il medico di base diventa sempre più il regista clinico del percorso, non solo il compilatore di impegnative. Per farlo, dovrà integrare nel proprio lavoro:
- la lettura sistematica di dati clinici e referti digitali;
- la gestione di follow-up supportati da strumenti di telemonitoraggio e fascicolo sanitario elettronico
- gli specialisti dedicheranno più tempo al lavoro digitale: una parte rilevante del loro contributo si sposterà dal solo ambulatorio fisico a un mix di visite in presenza e attività di consulenza a distanza (teleconsulto, telemonitoraggio, revisione referti e dati clinici inviati dal territorio).
In altre parole, il teleconsulto e gli strumenti digitali non modificano solo la figura professionale che visita il paziente e quando lo fa, ma anche la modalità con cui MMG e specialisti lavorano con i dati: li leggono, li interpretano, li usano per decidere quali percorsi attivare e con quale intensità.
Ed è proprio qui che si apre un’altra domanda chiave: se il lavoro clinico diventa sempre più guidato da informazioni e monitoraggi continui, quali metriche ha senso usare per misurare davvero la performance del sistema sanitario?
Quali metriche usare per misurare le performance del sistema?
Un altro nodo interessante dell’intervista a Francesco Longo riguarda le metriche con cui misuriamo la performance del Servizio Sanitario.
Oggi gli indicatori più utilizzati sono in gran parte di volume e di accesso:
- quante prestazioni vengono erogate
- quanto tempo passa prima che il paziente venga visitato (tempi di attesa)
Si tratta di parametri che funzionano molto bene nelle fasi acute della malattia: ad esempio, se un paziente ha un’appendicite, sapere entro quanto viene operata è un indicatore chiave di qualità ed efficienza del sistema. Non a caso, molte politiche sanitarie e piani nazionali si sono concentrati proprio su liste e tempi di attesa come leva centrale di governo.
Oggi però il panorama epidemiologico italiano è profondamente cambiato.
Secondo il XXII Rapporto sulle politiche della cronicità di Cittadinanzattiva, le malattie croniche riguardano il 40,5% della popolazione, pari a circa 24 milioni di persone, e la quota di cittadini con più patologie è destinata ad aumentare ulteriormente nei prossimi anni.
Insomma, una quota elevata di spesa e attività del SSN è legata a percorsi che non durano giorni o settimane, ma decenni, dato che la cronicità accompagna spesso la persona per gran parte della vita adulta e anziana.
In questo contesto, contare quante visite faccia un paziente o quanto tempo passi tra un controllo e l’altro non basta per valutare un percorso terapeutico.
Un assistito che vede spesso il medico non è necessariamente seguito in modo più efficace ed efficiente di chi lo incontra più di rado. Se il paziente non aderisce alla terapia o se i suoi parametri clinici restano fuori controllo, la qualità dell’assistenza resta bassa nonostante l’elevato numero di prestazioni.
Ecco perché per il Professor Longo le metriche davvero significative per i pazienti cronici dovrebbero essere aderenza terapeutica ed esiti intermedi.
Aderenza terapeutica, perché capire chi non ritira o non assume i farmaci prescritti permette di identificare i pazienti a maggior rischio, quelli che hanno più probabilità di complicanze, ricoveri e peggioramento clinico. Sono loro che andrebbero visitati più spesso, non in base a un calendario rigido, ma in funzione di quanto riescono davvero a seguire la terapia.
In questo contesto, le tecnologie digitali (dalle app di promemoria alle piattaforme di telemonitoraggio) possono supportare questo tipo di valutazione e rendere più tempestivo l’intervento del team sanitario.
Esiti intermedi, per considerare come si stanno muovendo gli indicatori clinici del paziente nel tempo: glicemia, pressione arteriosa, funzione respiratoria, parametri di rischio cardiovascolare, ecc. Esiti intermedi ben controllati indicano che la terapia funziona e che il percorso è appropriato; valori cronicamente fuori range segnalano invece la necessità di rivedere terapia, follow-up o modalità di presa in carico.
Secondo questa logica, se un paziente assume correttamente i farmaci e ha parametri stabili e sotto controllo, non è detto che debba essere visitato molte volte l’anno. Può essere seguito con follow-up digitali, contatti da remoto, monitoraggio dei dati e visite in presenza solo quando necessario.
Al contrario, chi non aderisce o presenta esiti intermedi sfavorevoli dovrebbe essere intercettato e visitato più spesso, perché è lì che il rischio clinico è più alto.
Qui ci ricolleghiamo a una questione importante, sottolineata anche dallo stesso Longo. Ovvero, questi dati oggi sono già in possesso di medici e centri clinici, ma non sono gestiti correttamente.
I laboratori hanno da tempo sistemi digitali che raccolgono e archiviano i risultati degli esami. Le cartelle cliniche elettroniche e i gestionali di studio contengono prescrizioni, referti, piani terapeutici. Inoltre, il Fascicolo Sanitario Elettronico è pensato proprio per integrare documenti e informazioni lungo il percorso di cura.
Eppure, spesso questi dati non vengono utilizzati a scopo clinico, ma solo per funzioni amministrative (rendicontazione, controlli, fatturazione) e non alimentano in modo sistematico la stratificazione dei pazienti, la programmazione dei follow-up o le decisioni su chi chiamare prima e perché.
La vera criticità, quindi, non è la mancanza di dati, ma la mancanza di una cultura del loro utilizzo in chiave clinica. Serve formare professionisti in grado di leggere, interpretare e usare queste informazioni non solo per “fare rendicontazione”, ma per decidere come, quando e con quale frequenza seguire ogni paziente.
Ed è proprio a questo punto che si apre un’altra questione chiave: se ci impegniamo ad adottare e integrare il digitale nei percorsi di cura, se spostiamo il baricentro su aderenza ed esiti intermedi, come possiamo evitare che tutto si riduca a numeri e dashboard? Come far sì che dati e tecnologia rimangano connessi alla vita reale delle persone?
Digitale sì, ma senza perdere la relazione
Per rispondere a queste domande bisogna fare un passo indietro e ricordare un principio di fondo: il digitale non può sostituire la medicina in presenza, può solo affiancarla. Le indicazioni nazionali sulla telemedicina lo ribadiscono chiaramente: teleconsulto, televisita e telemonitoraggio sono strumenti pensati per integrare, non per sostituire, la presa in carico tradizionale.
Nell’intervista, Francesco Longo richiama proprio questo rischio: se trasformiamo il digitale in una sorta di “super risorsa” che pretende di coprire ogni momento del percorso di cura, finiamo per snaturare l’essenza del rapporto medico-paziente. Un rapporto che, al di là di piattaforme e algoritmi, si regge su alcuni pilastri molto concreti:
- relazione
- fiducia reciproca
- ascolto autentico
- contatto umano, quando è necessario e appropriato
Anche la letteratura recente, ad esempio la review sistematica pubblicata su PubMed “The Impact of Virtual Consultations on the Quality of Primary Care: Systematic Review”, va in questa direzione: diverse revisioni sistematiche sulle visite e i consulti virtuali mostrano che pazienti e clinici apprezzano i vantaggi in termini di accessibilità, continuità e comodità, ma segnalano al tempo stesso limiti sul piano dell’esame obiettivo, della comunicazione non verbale e della costruzione di fiducia se il digitale non è inserito in un modello ibrido, che preveda momenti in presenza accanto alle interazioni da remoto.
In altre parole, la sfida non è digitalizzare tutto il Patient Journey, ma usare il digitale per ridisegnarlo dove ha senso:
- semplificando passaggi inutili,
- riducendo tempi di attesa superflui,
- migliorando il monitoraggio nel tempo
Senza però erodere quella parte insostituibile che resta legata all’incontro diretto tra medico e paziente. Solo tenendo insieme questi due piani ha senso parlare di performance, aderenza ed esiti intermedi come misure che descrivono davvero la qualità delle cure nella vita reale delle persone.
L’importanza della Patient Advocacy nel migliorare il Patient Journey e preservare la relazione di cura
Se vogliamo che aderenza terapeutica ed esiti intermedi diventino davvero le nuove metriche per misurare le performance nel Sistema Sanitario, non basta rafforzare infrastrutture digitali o formare i clinici alla lettura dei dati. Serve qualcuno che aiuti il sistema a fare un passaggio in più: tradurre numeri, indicatori e dashboard in qualcosa che abbia senso per le persone, che sia comprensibile, condiviso e discusso con chi vive ogni giorno il percorso di cura.
È proprio qui che entra in gioco la Patient Advocacy, le attività che promuovono il coinvolgimento strutturato di pazienti e caregiver nella definizione delle priorità, nella valutazione dei percorsi di cura e nella comunicazione dei dati di salute, spesso attraverso associazioni e gruppi organizzati.
In questo scenario, la Patient Advocacy può diventare un alleato chiave su più fronti:
- sul Patient Journey, contribuendo a riprogettare i percorsi alla luce dell’esperienza reale delle persone: segnalando dove si creano colli di bottiglia, passaggi ridondanti o momenti in cui il paziente si sente perso o trascurato tra MMG, specialisti, esami e referti digitali.
- sulle nuove metriche, aiutando a dare senso a concetti come aderenza terapeutica ed esiti intermedi: raccogliendo il punto di vista dei pazienti, è possibile capire perché alcune terapie non vengono seguite, quali ostacoli pratici o emotivi esistono e come intervenire in modo mirato.
- sulla relazione di cura, facendo da ponte tra linguaggio tecnico e linguaggio quotidiano: la Patient Advocacy può aiutare gli attori del sistema a tradurre dashboard, indicatori e comunicazioni digitali in messaggi chiari, trasparenti e coerenti con i bisogni informativi dei pazienti, rafforzando la fiducia nel sistema sanitario e nei professionisti.
Se il digitale mette a disposizione nuovi dati e strumenti, la Patient Advocacy aiuta a non perdere di vista le persone dietro ai numeri e alle nuove tecnologie, rendendo il Patient Journey più comprensibile, partecipato e centrato sulla relazione.
Proprio per questi motivi, in LETSCOM abbiamo creato un dipartimento dedicato alla Patient Advocacy che mette insieme competenze di comunicazione scientifica, esperienza nel settore farmaceutico e capacità di lavorare fianco a fianco con associazioni pazienti, società scientifiche e aziende del settore Healthcare.
Il nostro obiettivo è supportare tutti gli stakeholder del settore nell’usare dati, strumenti digitali e indicatori di outcome per costruire percorsi di cura più partecipati e orientati alla vita reale dei pazienti.
Se vuoi capire come integrare in modo concreto la Patient Advocacy nei tuoi progetti o nei programmi della tua organizzazione, contattaci per avere un confronto con il nostro TEAM dedicato.
FONTI
- “MISSIONE 6 SALUTE” – Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, 8/07/2025
https://www.agenas.gov.it/pnrr/missione-6-salute - “Sanità digitale. Investimenti 2024 a quota 2,47 miliardi di euro (+12%)” – Quotidiano Sanità, 22/05/2025
https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/sanit-digitale-investimenti-a-quota-miliardi-di-euro-schillaci-con-fondi-pnrr-stagione-di-rinnovamento-senza-precedenti - “Il nuovo fascicolo sanitario elettronico” – Camera dei Deputati, 19/11/2024
https://www.camera.it/leg17/561?appro=il-nuovo-fascicolo-sanitario-elettronico&utm - “Trasformazione digitale per il SSN” – Ministero della Salute, 9/06/2025
https://www.pnrr.salute.gov.it/it/pnrr-pagina/trasformazione-digitale-il-ssn/ - “TELEMEDICINA Linee di indirizzo nazionali” – Ministero della Salute
https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2129_allegato.pdf? - “La telemedicina in Medicina Generale: dove siamo e prospettive future” – Rivista Società Italiana di Medicina Generale (SIMG), 2020
https://www.simg.it/Riviste/rivista_simg/2020/03_2020/11.pdf - “Teleconsultations’ Impact on Referral Streamlining and Waitlist Reduction: A Large-Scale Retrospective Cohort Study of Over 200,000 Cases” – Research Gate, Aprile 2025
https://www.researchgate.net/publication/390428793_Teleconsultations’_Impact_on_Referral_Streamlining_and_Waitlist_Reduction_A_Large-Scale_Retrospective_Cohort_Study_of_Over_200000_Cases - “The Impact of Virtual Consultations on the Quality of Primary Care: Systematic Review” – PubMed, Agosto 2023
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10500356/ - “Liste e tempi di attesa in sanità Innovazioni, soluzioni e sfide per le regioni e le aziende sanitarie italiane” – Academy of Healthcare Management and Economics
https://cergas.unibocconi.eu/sites/default/files/media/attach/Liste%20e%20tempi%20di%20attesa%20in%20sanit%C3%A0.%20Innovazioni%2C%20soluzioni%20e%20sfide%20per%20le%20regioni%20e%20le%20aziende%20sanitarie%20italiane.pdf?VersionId=y8bnX3KRCNRkpkuC3u2NrlGZJHJNWQdr&utm - “XXII Rapporto sulle politiche della cronicità” – Cittadinanzattiva, 2024
https://www.sanitainformazione.it/wp-content/uploads/2024/12/xxii-rapporto-sulle-politiche-della-cronicita-diritti-sospesi-2024-abstract.pdf?utm